Mostra d’arte e documentale su San Giuseppe 2021

In occasione dell’anno 2021 dedicato a San Giuseppe, la Parrocchia, gestita da fr.Romano, ha organizzato una mostra interamente dedicata a San Giuseppe raccogliendo opere dalla Fondazione CaRisBo, da collezioni private di parrocchiani, dal Santuario stesso dal museo e dalla biblioteca del Santuario.

La mostra è stata allocata all’interno del bellissimo refettorio del convento e si snoda in due grandi filoni, l’iconografia di San Giuseppe (quadri e statue) e il Santuario di San Giuseppe nella storia (quadri, cartoline e immagini).

Data l’importanza e la quantità di opere e documenti presentati, riproduciamo la mostra in queste pagine per poterla visitare nuovamente e meditarla.

I macro-argomenti trattati sono i seguenti:


Le viste e le piante dell’architetto Filippo Antolini

Il Santuario Fase 1
Filippo Antolini (1786-1859)

La prima sede dei frati cappuccini dal 1818 fu a Val di Pietra, zona campestre fuori porta Saragozza, in una chiesa con monastero del 1200.

Questo edificio venne abbattuto tra il 1840 e il 1844 per avviare la costruzione di una nuova sede più ampia e dignitosa. [3]

Il lavoro dell’intera ricostruzione fu affidato all’architetto Filippo Antolini del quale riportiamo le planimetrie e sezioni. [2]

A lato sul desktop o sotto sul mobile, la pianta del progetto del prof. Filippo Antolini.

Antolini - pianta del Santuario di San Giuseppe Sposo
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Lo stile del Santuario di San Giuseppe Sposo è neoclassico ed appare come una realizzazione in contraltare allo stile roccocò o tardo barocco che aveva ormai esaurito il suo vigore e che aveva molto appesantito le nostre chiese togliendo spazio alla preghiera ed alla meditazione.

Le due facciate, la principale e la laterale.

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La sezione longitudinale:

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Le sezioni trasversali:

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Il Santuario Fase 2
Aggiornamenti progetto

Sono anni in cui in Italia si suggeguono grandi evoluzioni portate anche dalla ascesa di Napoleone Bonaparte che venne a Bologna nel 1805.

Tra le varie evoluzioni ricordiamo l’Editto di Saint Cloud, esteso al Regno d’Italia nel 1806, che portava i cimiteri al di fuori delle città in aree soleggiate ed arieggiate. Nonostante il Santuario fosse locato fuori dalla cinta muraria, potrebbe essere questo il motivo della modifica progettuale sotto riportata i cui cardini sono:

  • sostituzione del cimitero coperto posizionato a fianco della chiesa con una piccola cripta cimiteriale sotterranea
  • allungamento del coro

Purtroppo la mappa – ritrovata da fr. Romano parroco della parrocchia di San Giuseppe Sposo che ha organizzato e raccolto minuziosamente il materiale della mostra – non è né datata né firmata, si suppone che sia un aggiornamento progettuale sempre di Antolini.

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Quadri

Antonio Gionima

Il viaggio che percorriamo in questa mostra su San Giuseppe parte dai primi del 1600 per arrivare ai primi del 1900. Questo primo autore e quadro porta alcuni elementi dello stile “barocco” che sta diventando dominante e possiamo cogliere alcuni concetti portanti di questo stile:

  1. commuovere, sedurre, meravigliare [6], dare forti emozioni, esprimere concetti immediati e diretti 
  2. essere decorativa e la decorazione deve diventare importante non in se stessa, ma per l’effetto che provoca su chi guarda l’opera quindi ancora una volta dare forti emozioni

Antonio nacque a Venezia 1697 da Simone Gionima e fu il padre insieme con il nonno che lo avviarono alla sua, se pur breve, carriera di artista, Antonio mori a Bologna all’età di 35 anni nel 1732.

Il quadro presentato alla mostra è la “Sacra famiglia con San Giovannino” e possiamo ritrovare qualche elemento dello stile del periodo nel volto di San Giuseppe e nella anzianità raffigurata atta a commuoverci.

Antonio Gionima - Sacra famiglia con San Giovannino
Antonio Gionima
Sacra famiglia con San Giovannino
Spunti di riflessione dal quadro
  • Spesso nella iconografia viene chiamato Giovannino, San Giovanni Battista (figlio di Elisabetta e Zaccaria Luca 1:1-7) quando viene raffigurato da bambino. Per sottolineare che stiamo parlando proprio di San Giovanni Battista è stata rappresentata la veste di pelle di pecora che utilizza per coprirsi, veste che si intravvede sotto il mantello rosso di Maria.
  • Gli angeli, non sembrano inseriti come elemento barocco puramente decorativo, sembrano piuttosto parte integrante della situazione rappresentata del quadro, atti ad infondere gioia e serenità.
  • La colomba in questo quadro è il simbolo dello Spirito Santo ed è posta sopra Maria e per evidenziare questo rapporto, è rappresentato un cono di luce dalla colomba a Maria.
  • L’agnello è spesso associato come simbolo di innocenza, semplicità, purezza e obbedienza, Giovanni Battista chiama Gesù “agnello di Dio” (Gv. 1, 36). Spesso l’agnello è la vittima sacrificale per eccellenza e S. Paolo identifica nel Signore crocifisso con l’agnello pasquale (1 Cor. 5, 7). In questa opera l’agnello con la croce ed il cartiglio è un’allusione al futuro di Gesù.
  • Il giglio è un fiore simbolo di purezza, innocenza e verginità.
  • Bambino con croce – (da completare)
  • Libro con San Giuseppe – (da completare)
  • Giglio sul libro – (da completare)

Antonio Giuseppe Ghedini

Pittore nato a Ficarolo (Rovigo) nel 1707, approfondì gli studi di pittura prima a Venezia e in seguito a Bologna.
Ghedini si trasferì infine a Ferrara dove fu direttore dell’Accademia, dipinse quadri di devozione per le chiese di Bologna, Budrio e Ferrara.
Morì nel 1791 a Ferrara, la sua tomba si trova nella chiesa di S. Francesco.

Una delle opere più note di Ghedini è ” La Gloria di Santa Caterina Vegri” nella chiesa del monastero del Corpus Domini a Ferrara (vedi catalogo generale dei beni culturali).

Insieme al pittore Giambattista Tiepolo (1696-1770), suo contemporaneo  veneziano molto più famoso, fa parte degli artisti Rococò nell’Italia del Settecento. Crearono un’arte fortemente teatrale in cui personaggi non sono più realistici, ma sembrano quasi attori in una recita.

Per l’arte sacra, questo è un contesto storico non facile. Il XVIII secolo è,  principalmente, il secolo dell’illuminismo, cioè di quel vasto movimento culturale-filosofico, sorto in Inghilterra e diffusori con particolare forza in Francia, che cerca di interpretare la realtà attraverso il ragionamento, la cui forma perfetta è la scienza.

Siamo in un periodo di rottura con il passato, in un periodo in cui la ragione e la scienza dovrebbero illuminare la mente degli uomini e sradicare la superstizione e l’ignoranza:
«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.» (Immanuel Kant da Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, 1784)

Lo spirito critico dell’illuminismo investi anche la storia e le arti figurative. In arte l’illuminismo  significa opposizione al barocco che fino a quel momento aveva dominato la scena, con i suoi eccessi artificiosi. Questa progressiva ricerca di chiarezza conduce, dal Barocco al Neoclassicismo, passando attraverso un periodo intermedio detto Rococò o Barocchetto.

Alla mostra dedicata a San Giuseppe viene presentato di Antonio Giuseppe Ghedini “Il transito di San Giuseppe” che rappresenta una fortissima risposta di fede all’illuminismo esplosivo:

  • Si rappresenta le morte umana in tutta la sua drammaticità
  • e la redenzione portata da Gesù Cristo che indica la via.
  • Per sottolineare ed evidenziare la potenza di fede del quadro, ecco la figura dell’angelo in assoluto contraltare al motto dell’illuminismo.
Antonio Giuseppe Ghedini - Il transito di San Giuseppe
Antonio Giuseppe Ghedini
Il transito di San Giuseppe

Giorgio Szoldatics

Nato a Roma alla fine del 1800, viene avviato dal padre, Francesco, alla attività di pittore.
Si dedicherà in modo particolare oltre ad una corposa selezione di ritratti ed autoritratti, all’arte sacra con tratto pittorico inquadrabile come impressionismo.

Prima di procedere con il quadro di G. Szoldatics ripercorriamo i capisaldi dell’impressionismo:

  • Cercare di riprodurre quadri dal vero e nell’immediatezza, evitare di dipingere in studio e qualora sia indispensabile salvaguardare il concetto di immediatezza ovvero di riproduzione immediata della prima impressione.
  • Utilizzo del tubetto di colore ideato nel 1841 dall’artista John Rand [5], consentiva maggiore facilità di trasporto dei colori e dava la possibilità di dipingere nell’immediato e all’aperto. Possiamo quindi affermare che lo strumento che consenti l’esplosione della pittura en plein air fu il tubetto di colore.
    Interessante articolo al link sul tubetto di colore o sul link alla pagina.
  • Massima attenzione ai nuovi concetti sulla composizione e scomposizione luce e dei colori portarono questi artisti a dipingere senza mescolare preventivamente i colori bensì a riportare distintamente colori differenti che a pochi metri di distanza di sarebbero fusi nella nostra visione.
Giorgio Szoldatics - Autoritratto
Giorgio Szoldatics
“Autoritratto”

A titolo di esempio riportiamo l’autoritratto di G. Szoldatics, opera non presente alla mostra, ma che ci serve per inquadrare la forza dell’impressionismo che scorreva nelle vene di questo artista.

Come in genere quando si vuole gustare un quadro di un impressionista, è importante osservare con attenzione questa opera di Giorgio Szoldatics due volte, una prima volta in modo molto ravvicinato per cogliere la tecnica di gestione del colore, quindi acquistare distanza ed osservarlo nuovamente soffermandosi ora sulla bellezza di insieme.

Per sottolineare come immediatezza e veridicità fossero alla base di questo artista riportiamo una parte dell’articolo del critico Bela Birò sul quadro di Marconi:

«Giorgio Szoldatics aveva invitato l’illustre scienziato e inventore nel suo studio per fargli vedere, prima di consegnarlo, il ritratto. Il ritratto era al naturale, e l’artista lo aveva collocato in maniera che il Marconi entrando nello studio si trovasse precisamente di faccia il quadro. Entrato il Marconi nello studio e veduta di fronte la propria effigie, egli credette di trovarsi dinanzi ad un grande specchio; tanto che istintivamente alzò la mano per accomodarsi la cravatta. Ma rimase attonito, col braccio sospeso perché il braccio che credeva di vedere nello specchio, non si era mosso. Tanta fu la sorpresa che il Marconi indietreggiò di alcuni passi, cadendo tra le bracci a dell’artista che sorrideva». Così racconta il critico Béla Biró, la cui critica completa all’artista ed al padre riportiamo su questo link.

Il grande quadro esposto alla mostra, già facente parte del ciclo pittorico della cappella dell’antico Collegio Internazionale dei Cappuccini in Roma e poi per tanti anni presso il convento dei cappuccini di Parma (ora chiuso) attualmente è allocato presso il Santuario di San Giuseppe Sposo a Bologna.

La foto è stata realizzata e ne è stato concesso l’utilizzo a questa pagina dalla Dott.ssa Maura Favali restauratrice e esperta in analisi, studio e conservazione arte antica e contemporanea.
Sul concetto di che cosa sia il restauro per una restauratrice ritengo sia interessante leggere l’articolo sotto riportato ovvero il punto di vista di una restauratrice:
IL RESTAURARE E’ CONSERVARE

Giorgio Szoldatics - San Giuseppe
Giorgio Szoldatics
San Giuseppe

Grazia Fioresi

Molto amata dai bolognesi, Grazia Fioresi che insieme a Giovanni Romagnoli, Luigi Bertelli e Giulio Fiori danno vita tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 al post-impressionismo “visto da Bologna” che pur traendo l’ispirazione dal post-impressionismo “classico” vedi Georges Seurat, Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent van Gogh segue una sua strada unica ed immediatamente riconoscibile.

Grazia Fioresi, pseudonimo di Alfredo Grandi, nasce a Vigevano (PV) il 03 giugno 1888 e si trasferisce con la famiglia nel 1902 a Bologna dove frequenta l’Accademia di Belle Arti ottenendone il diploma nel 1908. [1]

Una bella vista di San Giuseppe Sposo dal suo ingresso laterale dove spiccano il rosso sempre dominante nell’edilizia di Bologna ed il cielo rannuvolato come Grazia Fioresi e Giulio Fiori riescono a rendere nella sua dinamicità.

Opera, appartenente alle Collezioni Fondazione CaRisBo, concessa alla mostra della Parrocchia di San Giuseppe Sposo

Grazia Fioresi - San Giuseppe Sposo Bologna
Grazia Fioresi
“San Giuseppe sposo”

Abbiamo accennato al cielo rannuvolato di Giulio Fiori, cielo che ritroviamo oltre che in Grazia Fioresi anche in Augusto Majani (1867-1959) che dobbiamo annoverare in modo particolare in questo periodo (dicembre 2021 – gennaio 2022) in cui il comune di Bologna ha organizzato la mostra a lui dedicata “La potenza dell’idea” con 90 opere esposte.

Elementi fortissimi del post-impressionismo si evidenziano in questa bella opera dedicata a San Giuseppe Sposo con la ricerca della sicurezza del contorno, contorno che ci parla descrivendo ed evidenziando il santuario.

Opera, appartenente a collezione privata e concessa alla mostra della Parrocchia di San Giuseppe Sposo.

Grazia Fioresi - San Giuseppe sposo
Grazia Fioresi
“San Giuseppe sposo”

Possiamo dire che siamo su una border line oltre la quale troveremo il Post-impressionismo i cui capisaldi sono:

  • Superamento dell’impressionismo ed in particolare della ricerca della rappresentazione della realtà.
  • Non è più la realtà l’elemento fondamentale, bensì come la realtà viene percepita dall’artista che ne evidenzia liberamente alcune parti, ad esempio i contorni come nel caso del quadro della Grazia Fioresi a fianco.
  • Nasce quindi la libertà del colore, avendo rimosso il concetto di rappresentazione della realtà.
  • Elementi fondamentali di questa nuova corrente che sta nascendo sono Vincent van Gogh (con l’inserimento del movimento nel quadro), Henri de Toulouse-Lautrec (con l’utilizzo delle campiture), Paul Gauguin (evidenziando il proprio sentimento o opinione), in tutti questi artisti inizia il distacco dalla rappresentazione della realtà.

Giorgio Morandi

Altro pittore molto amato dai bolognesi e dalla città stessa di Bologna che gli ha dedicato il Museo Morandi (via Don Minzoni 14, Bologna) è Giorgio Morandi che viene ricordato nella mostra per un’opera, se pur non fisicamente presente, che ritrae un paesaggio in prossimità del santuario.

La «Tour Eiffel» bolognese [4]

Dalle finestre dell’abitazione, fuori porta Saragozza, dell’amico scrittore Giuseppe Raimondi (Bologna, 1898-1985), il pittore Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964) ebbe più volte occasione di vedere e studiare, per poi rappresentarlo in almeno tre opere, un inusuale brano del paesaggio collinare bolognese. In un’incisione del 1922, intitolata dallo stesso autore in un quaderno manoscritto “Veduta dell’Osservanza e della Torre Comi”, compare sulla sommità di una collina, per la prima volta, una strana torre di ferro vicino a una misteriosa villa.
La «modesta Tour Eiffel» – così definita dallo storico e critico d’arte Francesco Arcangeli (Bologna, 1915-1974) – venne nuovamente ritratta, sempre nel 1922, in un paesaggio a olio. La curiosa costruzione non era altro che una «torre di tralicci di ferro, costruita per “delizia” dei proprietari». La villa, in confine con quella detta Cipressina dei Bacchelli, era stata di proprietà di quel Filippo Comi di cui ricordiamo il monumento funebre del pittore e scultore fiorentino Giorgio Kienerk (1869-1948) nel cimitero della Certosa.

Morandi - Villa Comi
Giorgio Morandi
“Villa Comi”

Villa Comi è nota anche come Villa Beatrice in omaggio a Maria Beatrice Comi (3 giugno 1906 – 19 febbraio 1924) morta a soli diciassette anni. La tomba nel cimitero della Certosa, realizzata dallo scultore Mario Sarto (Codigoro 1885 – Bologna 1955), oltre a mostrarci il volto della fanciulla, attraverso un’epigrafe ci racconta qualcosa di lei.
«Fior d’innocenza e di bontà – fu l’angelo della sua casa – per 17 anni soli – rallegrata dall’incanto – del suo verginale sorriso – abbellita dal profumo – di sue virtù – ornata di senno e di pietà – ripose in Dio le sue caste delizie – nella madre dilettissima – incentrò i candidi affetti – dopo lunghi e rassegnati dolori – lasciò sorridendo la terra – sicura di cambiarla con il cielo» .

I terreni attorno a Villa Beatrice hanno ospitato nel ‘900 un importante vivaio diretto da Tito Francia, che vantava essere stato un «allievo della Scuola di Versailles». Questa importante istituzione, che riuniva l’insegnamento della orticultura, frutticultura e giardinaggio, era ospitata nell’orto Reale fondato, nel 1679, dall’agronomo e giardiniere Jean Baptiste de La Quintinie (1624-1688) sotto il Regno di Luigi XIV.
Tito Francia venne nominato – come l’agronomo e botanico Mario Calvino (Sanremo, 1875-1951), padre di Italo – direttore di una cattedra ambulante di agricoltura.

Villa Beatrice - Bologna

Un’interessante inserzione pubblicitaria del ‘900, in cui vi è una puntuale e dettagliata rappresentazione di Villa Beatrice e della sua torre, lega il nome del Francia «distinto industriale e perfezionatore di colture agrarie» all’importante Esposizione nazionale di orticultura e floricoltura che richiamò ai Giardini della Montagnola, nel maggio 1900, oltre centomila visitatori.

Ricordiamo la scomparsa Villa Comi – che oggi è solo un nome sulla cartografia – attraverso il ricordo di Giuseppe Raimondi: «La Villa Comi colla sua torre di ferro si scorgeva dalle finestre di casa. Con Morandi si guardava un poco della villa che emergeva dal folto degli alberi e si parlava della torre Comi alta nel cielo grigio. Guardando la piccola Tour Eiffel dei bolognesi si finiva a parlare della Parigi che noi non conoscevamo. Venivano la suggestione, il nome di Degas, di Renoir. E quello di Apollinaire. Il nostro tempo in quegli anni era involto nei tratti amati della poesia e della pittura. Si viveva coi piedi per terra, ma un poco dentro il sogno, un pensiero di quelle cose. Il paesaggio di Morandi con la Villa Comi rimane e risuona pacatamente con la memoria di quel tempo, gli anni della gioventù». Ramona Loffredo


Le cartoline parlano di San Giuseppe

Un valido ricordo storico di dieci cartoline è stato presentato alla mostra dalla collezione privata Fausto Malpensa che ripercorre attraverso le cartoline la storia della Bologna che fu.

Per tutti quanti sono innamorati di Bologna, suggerisco uno sguardo alla pagina FACEBOOK di Fausto Malpensa.

Riportiamo a seguire le cartoline adottando la seguente convenzione sulle date:

  • per le cartoline che hanno viaggiato viene riportata la data del timbro postale seguita da AV esempio 1915AV
  • per le altre dove si suppone una datazione ed è aperta una discussione sulla datazione, riportiamo la data seguita da PR (presunta). Potete scrivere alla nostra redazione Andrea@SantuarioSanGiuseppeSposo.it citando sempre il numero della cartolina e riportando il vostro nome e cognome.

Le prime due cartoline che riportiamo sono datate 1915 come “anno di viaggio” e ci danno un’idea del contorno del Santuario di San Giuseppe Sposo.

Collezione privata Fausto Malpensa - sn.285
1915AV – Collezione privata Fausto Malpensa – sn.285
Collezione privata Fausto Malpensa - sn.286
1915AV – Collezione privata Fausto Malpensa – sn.286

In questa cartolina, non timbrata ed attribuibile agli anni ’20 si intravvede Villa Comi e la sua torre come anche avevamo visto nella prima cartolina de 1915.

Questo arco temporale ben si accorda con il quadro di Giorgio Morandi del 1922 dedicato a Villa Comi ed alla sua torre.

San Giuseppe 1920 - Collezione Fausto Malpensa
’20 – Collezione privata Fausto Malpensa – sn.287

Questa coppia di cartoline ci fa immaginare lo spazio difronte e laterale al Santuario di San Giuseppe sposo quando si poteva vedere l’intera chiesa.

Collezione privata Fausto Malpensa - sn.290
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.290
Collezione privata Fausto Malpensa - sn.287
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.287

Utilizzando la datazione della biblioteca Sala Borsa, nel 1926 nei giardini antistanti il convento di San Giuseppe viene innalzata la colonna con la statua San Francesco opera dello scultore Mario Sarto per commemorare la morte del santo ad Assisi il 3 ottobre 1226.

Collezione privata Fausto Malpensa - sn.289
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.289
Collezione privata Fausto Malpensa - sn.291
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.291

Queste due cartoline, con scatti molto simili ci danno la possibilità di vedere il restauro del portico che lo ha portato alla situazione che vediamo oggi

Collezione privata Fausto Malpensa - sn.292
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.292
Collezione privata Fausto Malpensa - sn.293
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.293

Siamo indicativamente negli anni ’80 e ci avviciniamo a grandi passi alla chiesa che bene conosciamo e che amiamo.

 Collezione privata Fausto Malpensa - sn.294
Collezione privata Fausto Malpensa – sn.294

Bibliografia

  • [1] Note tratte da Storia e Memoria di Bologna – Comune di Bologna
  • [2] Biblioteca Sala Borsa “Chiesa di San Giuseppe” e “Valdipietra” – link
  • [3] Frati Cappuccini Minori dell’Emilia Romagna – link
  • [4] Ramona Loffredo
  • [5] https://painttubeblog.wordpress.com/storia-2/
  • [6] Benedetto Croce – Storia dell’età barocca in Italia, Milano 1993